C’è qualcosa di profondamente eloquente e insieme amaro nell’immagine che arriva da Montecitorio in questo 27 maggio. Sullo scranno 14, quello dal quale il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti pronunciò il discorso che gli sarebbe costato la vita, è stata finalmente apposta una targa. Un gesto giusto, dovuto, atteso da troppo tempo. Eppure quella targa, nella sua sobria solennità, parla a un’aula semivuota.
E quel vuoto, oggi, dice più di mille discorsi.
Dice che il rispetto istituzionale, quello vero, non quello di facciata, è merce rara. Dice che la pietas repubblicana, la consapevolezza di appartenere a una storia che ci precede e ci giudica, non si insegna con i regolamenti. Dice, soprattutto, che Giacomo Matteotti continua a essere, a centodue anni dal suo assassinio, una figura scomoda. Perché Matteotti non è un’icona neutra da riporre in una teca commemorativa. Matteotti è il deputato socialista che denunciò, a viso aperto, “il clima di intimidazioni, aggressioni e prevaricazioni” di un regime che fondava il proprio consenso “sull’uso sistematico della violenza”. E lo fece sapendo cosa rischiava. Lo fece perché credeva che il Parlamento, il libero Parlamento, fosse l’argine ultimo della sovranità popolare.
Chi oggi disertava quell’aula sapeva di disertare proprio questo: il riconoscimento pieno e senza ambiguità che l’antifascismo è il fondamento della nostra Repubblica. Non un’opinione tra le altre. Non una bandiera di parte. Il presupposto stesso della Costituzione che tutti i parlamentari giurano di rispettare entrando in quell’aula.
Per chi, come me, si riconosce nella tradizione del socialismo liberale, Matteotti non è soltanto una memoria: è una bussola. È il deputato che capì prima di molti altri cosa stava per accadere all’Italia, e che ebbe il coraggio civile, il coraggio politico nel senso più alto e nobile, di nominare il pericolo mentre tutti gli altri sceglievano l’accomodamento, il silenzio, il calcolo. È l’uomo che ci ricorda che le libertà costituzionali non sono mai acquisite una volta per sempre, ma vanno difese ogni giorno, anche e soprattutto quando difenderle costa.
Ecco perché quelle sedie vuote feriscono. Non per ragioni di galateo parlamentare, ma per ragioni più profonde. Perché ogni assenza, in un momento come quello, è una piccola abdicazione. Perché la memoria di Matteotti non appartiene a una parte politica: appartiene a chiunque creda che la democrazia non sia un’opzione tra molte, ma il fondamento di tutto il resto.
E perché Matteotti fa ancora paura. Fa paura a chi coltiva nostalgie per quella stagione tragica e criminale. Fa paura a chi confonde il dissenso con il disordine, la critica con l’oltraggio, il pluralismo con la debolezza. Fa paura perché incarna l’idea che un singolo uomo, armato soltanto della propria coscienza e della propria parola, possa tenere testa al potere quando il potere si fa prepotenza.
Da una piccola amministrazione di provincia, dal mio Veneto che fu anche la terra di Matteotti, voglio dire una cosa semplice: la targa è un gesto bello e necessario, ma non basta. Onorare Matteotti significa abitare le istituzioni con la stessa serietà con cui lui le abitò. Significa esserci. Significa ascoltare. Significa ricordare, ogni giorno, che la libertà non è un’eredità passiva ma una responsabilità attiva.
A quello scranno, oggi, si dovrebbe sedere ogni democratico italiano, almeno con il cuore.
Riccardo Mortandello

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