Concittadine e concittadini, autorità, forze dell’ordine, rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma, un saluto particolare ai ragazzi e alle ragazze del Consiglio Comunale dei Ragazzi, che hanno voluto essere qui con noi questa sera: la vostra presenza è il regalo più bello di questa giornata, e capirete tra poco perché.
Ci ritroviamo questa sera a onorare la memoria di chi ha restituito all’Italia la libertà, la dignità e il diritto di chiamarsi Repubblica. Lo facciamo con la semplicità che si addice alle cose serie e con la gratitudine che dobbiamo a chi ha sacrificato la vita perché noi potessimo essere qui, oggi, liberi.
Permettetemi una premessa, perché a Montegrotto il 25 aprile non è soltanto la festa della Liberazione: oltre ad essere il giorno di San Marco, patrono del Veneto, è il giorno della nostra antica processione che da centinaia d’anni, accompagna la nostra Madonna Nera al Santuario della Salute di Monteortone per ringraziarla di averci liberato dalla peste. Proprio per rispetto a quella tradizione religiosa e popolare abbiamo scelto di celebrare la festa della Liberazione in serata: perché Montegrotto è capace di tenere insieme, in una stessa giornata, la devozione alla Madonna e la memoria civile della Repubblica nata dalla Resistenza. Sono dimensioni della stessa comunità, e nessuna esclude l’altra.
Il 30 maggio 1924, alla Camera dei Deputati, Giacomo Matteotti pronunciò il suo ultimo discorso. Denunciò i brogli, le violenze squadriste, l’illegalità del regime nascente. Quando si sedette, si rivolse ai compagni di banco con una frase divenuta leggendaria: “Ho fatto il mio discorso. Ora voi preparate il discorso funebre per me.” Pochi giorni dopo, il 10 giugno, fu rapito e assassinato. Aveva trentanove anni. Aveva osato dire la verità in un Paese che la verità non voleva più sentirla. La Resistenza e liberazione che oggi celebriamo nasce anche da lì: da quel sangue, da quella voce solitaria, dal coraggio di chi non si gira dall’altra parte quando si potrebbe.
E proprio per ricordare che la Resistenza fu una scelta corale, larga, plurale, abbiamo voluto far scendere oggi dal balcone del Municipio uno stendardo con una fotografia che non ha bisogno di didascalie. È un’immagineche ritrae i comandanti del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, sfilano insieme. Camminano fianco a fianco, in abiti civili, con il passo composto di chi ha vinto una guerra di liberazione. Ci sono esponenti liberali, socialisti, azionisti, militari di carriera, comunisti, cattolici. Tutti insieme. Guardatela, quella fotografia. È il manifesto della Resistenza italiana: non un partito, non una fazione, ma un’Italia intera che si rimette in piedi.
Viviamo tempi in cui le parole troppo spesso vengono piegate, svuotate, travisate. In queste settimane abbiamo sentito, da pulpiti anche altissimi, parlare di “pacificazione con i fascisti”, di “riconciliazione” che metterebbe sullo stesso piano chi combatteva per la libertà e chi combatteva per l’oppressione, chi stava con la Costituzione che sarebbe nata e chi stava con le leggi razziali, con i rastrellamenti, con le Fosse Ardeatine, con Marzabotto.
Abbiamo visto qualcuno rivendicare il titolo di patriota mentre si rifiuta di celebrare il giorno in cui la Patria è rinata. I patrioti veri sono coloro che morirono, o rischiarono di morire, per un’Italia e un’Europa che non avevano ancora visto, per una bandiera che non sventolava ancora, per una Costituzione che avrebbero scritto altri al posto loro. Non si può indossare il tricolore e insieme rinnegare chi il tricolore lo ha ricucito con le proprie mani dopo che era stato strappato dalla dittatura e svenduto allo straniero. Non si è patrioti a targhe alterne. Non lo si è solo quando conviene.
Io non credo che oggi siamo in pericolo di una presa del potere fascista nel senso classico del termine. Non temo le camicie nere in marcia su Roma, non temo il manganello e il saluto romano come strumenti di governo. Sarebbe banale, sarebbe rassicurante perfino: il nemico in divisa nera sarebbe un nemico facile da riconoscere. Il problema, oggi, è un altro. Il fascismo storico fu un regime preciso, datato, sconfitto. Ma ciò che chiamiamo “fascismi” al plurale sono forme, eredità, pulsioni e dispositivi che ne riproducono la logica profonda con linguaggi diversi e molto più sottili. Sono fascismi opachi, diffusi, incorporati nelle abitudini del potere. Sono il nazionalismo identitario che si nutre di pregiudizio etnico; sono l’odio per le diversità trasformato in scarico della frustrazione collettiva; sono l’anti-intellettualismo che deride la competenza, la scienza, la complessità, in nome dell’istinto e del rancore; sono la riduzione del cittadino a consumatore, del lavoratore a costo, del povero a colpevole della propria povertà; sono il cinismo che ci insegna a rassegnarci, e la propaganda che ci insegna a non avvertire più il bisogno di resistere. Cambiano le uniformi, cambiano i linguaggi, cambiano le tecniche di governo. Ma resta la stessa pulsione di fondo: neutralizzare la libertà quando la libertà smette di essere decorativa e diventa conflitto, smette di essere bandiera e diventa scelta scomoda.
Per questo il 25 aprile non è una liturgia civile da consumare una volta l’anno. È una soglia della coscienza. Non basta celebrare la Liberazione se poi, nel presente, accettiamo nuove forme di obbedienza, di sfruttamento, di razzismo, di repressione del dissenso, di servitù economica e culturale. Resistere, oggi, significa riconoscere i fascismi anche quando non indossano la camicia nera: nelle istituzioni, nel mercato, nella propaganda, nel linguaggio quotidiano, nella paura organizzata, nella rassegnazione che ci fa dire “tanto è inutile”.
Resistere significa difendere la Costituzione, garantire il diritto di manifestare anche a chi la pensa diversamente, proteggere l’indipendenza degli organi dello Stato, la libertà di stampa, la dignità del lavoro, l’autonomia della cultura. Significa scegliere, in un’Europa attraversata dalle guerre, la strada stretta della pace costruita sul diritto, e non quella comoda della rassegnazione alla forza.
E i patrioti veri, cari concittadini, non sono figure lontane da noi. Sono i nostri nonni, i nostri bisnonni. Sono uomini e donne nati a San Pietro Montagnon. Per questo ho voluto, in vista di questo 25 aprile, andare a cercarli uno per uno, dove la Repubblica li ha registrati: nell’Archivio Centrale dello Stato, dentro un fondo che si chiama Ricompart — l’Archivio per il servizio riconoscimento qualifiche e ricompense ai partigiani. È un fondo enorme: oltre settemila buste, più di settecentomila schede nominative, prodotto dalle Commissioni regionali istituite nel 1945 e nel 1948 e poi dalla Commissione Unica Nazionale del 1968. È lì che lo Stato italiano, nel dopoguerra, ha riconosciuto formalmente, uno per uno, gli uomini e le donne che avevano fatto la Resistenza. Lì ci sono i loro dati anagrafici, le formazioni in cui combatterono, le ferite riportate, l’eventuale data della morte. Lì c’è la prova, scritta su carta intestata della Repubblica, di chi sono stati i veri patrioti.
Ho cercato i nostri. E voglio nominarli oggi, ad alta voce, davanti a voi, perché un nome pronunciato in pubblico è la forma più semplice e più alta di memoria.
Hanno ricevuto la qualifica ufficiale di partigiano patriota i nostri concittadini: Primo Trentin, classe 1921, Brigata Garibaldi; Ugo Simonato, classe 1925, Brigata Trentin; Aldo Ceretta, classe 1926, Brigata Garibaldi; Giovanni Ceccarello, classe 1914, Brigata Trentin; Luigi Bonato, classe 1926, Brigata Trentin; Adelio Fabrizi, classe 1923, Brigata Garibaldi; Aldo Povoleri, classe 1926, Brigata Garibaldi; Adelio Cesaro, classe 1922, Brigata Garibaldi; Angelo Bonato, classe 1921, Brigata Garibaldi; Giocondo Bonato, classe 1910, Brigata Garibaldi; Domenico Fasolato, classe 1899, Brigata Garibaldi; Arturo Fasolato, classe 1909, Brigata Garibaldi; Pietro Donà, classe 1914, Brigata Garibaldi; Adriano Lincetto, classe 1926, Brigata Garibaldi; Gino Agnelio, classe 1923, Brigata Garibaldi; Ottone Baldo, classe 1923, Brigata Italia Libera zona di Padova; Livio Incapaci, classe 1927, Brigata Trentin; Nerio Grossi, classe 1923, Brigata Garibaldi; e Don Giuseppe Saccardo, classe 1881, Brigata Trentin — un sacerdote, perché la Resistenza fu anche questo: parroci che proteggevano i perseguitati e che pagarono di persona.
Hanno invece ricevuto la qualifica di partigiano combattente Giulio Pavanello, classe 1922; Paolo Pavanello, classe 1921; Emilio Battisti, classe 1923; Odoardo Vettorello, classe 1929 — un ragazzo di sedici anni; Gino Gaffo, classe 1923; Mario Crescenzio, classe 1922, IX Battaglione; Giovanni Facchin, classe 1905; Guido Pinamonti, classe 1925; Giocondo Besenzi, classe 1923 — quasi tutti della Brigata Garibaldi, alcuni della Brigata Trentin e della Italia Libera.
E voglio ricordarne anche altri, quelli la cui domanda di riconoscimento non ebbe risposta, o per i quali mancarono al momento i documenti necessari, ma che la nostra comunità non dimentica: Pierantonio Toniatti, Francesco Roetta, Pietro Ceccarello, Angelo Bonato, Fernando Zanetti, Gino Libero, Giuseppe Ceccarello. Risalta senza ombra di dubbio l’assenza di figure femminili e in core mio sono a conoscenza di donne che nel nostro territorio hanno partecipato attivamente alla guerra di resistenza e di liberazione, ma che purtroppo non hanno mai avuto un reale riconoscimento effettivo. Questo ci fa capire come tanto sia stato fatto Per superare anche quella barriera culturale creata dal fascismo dove la parità di genere era disconosciuta e dove anche oggi viviamo purtroppo di quel retaggio, nonostante si stiano facendo progressi in tal senso.
Desidero rivolgermi ai ragazzi e ragazze del Consiglio Comunale dei Ragazzi. Guardate quelle date di nascita di quei partigiani che ho citato prima. Guardatele bene. Tanti del 1925, del 1926, del 1927. Ragazzi di diciotto, diciannove, vent’anni. Odoardo Vettorello era nato nel 1929: aveva quindici, sedici anni quando combatté pochissimi anni più di voi che siete qui questa sera. E accanto a loro, perché questo va detto, ci furono decine di altri ragazzi e ragazze, tredicenni, quattordicenni, della vostra età, che fecero da staffetta, che portarono messaggi e munizioni nei sottoselle delle biciclette, che nascosero feriti e prigionieri evasi, che lavarono e cucirono e tacquero. I loro nomi spesso non sono in nessun archivio. Ma anche loro furono Resistenza.
E voglio che sappiate una cosa, voi che oggi rappresentate le ragazze e i ragazzi di Montegrotto: la libertà che oggi vi sembra ovvia, andare a scuola, dire quello che pensate, scegliere cosa fare della vostra vita, non è ovvia per niente. È costata. L’hanno pagata altri ragazzi della vostra età, ottant’anni fa. Voi siete il motivo per cui questa cerimonia ha senso. Voi siete il motivo per cui la memoria continua. Grazie di essere qui.
Sono i nostri nonni. Sono i nostri bisnonni. Molti di loro non raccontarono mai nulla. Non per modestia soltanto, ma perché rivivere quelle atrocità, la fame, la paura, gli amici fucilati al mattino, le rappresaglie tedesche, le delazioni, il freddo delle notti in montagna, costava troppo. Tacquero, e ricostruirono il Paese in silenzio. È a loro, a questo silenzio dignitoso, che dobbiamo la libertà di parlare oggi.
E proprio perché la memoria si tiene viva soprattutto quando si fa cultura, quando si fa teatro, quando si fa parola condivisa, abbiamo voluto celebrare questo 25 aprile non solo con una cerimonia istituzionale ma con uno spettacolo dedicato a una delle figure più alte della nostra Repubblica: Sandro Pertini. Quest’anno ricorrono i centotrenta anni dalla sua nascita, e abbiamo pensato che non ci fosse modo migliore per ricordare un partigiano, un perseguitato del fascismo, un confinato a Ventotene, un Presidente della Repubblica che parlava agli italiani con la pipa in mano e il cuore in mano. Pertini è la prova vivente che si può essere insieme uomini di parte e padri della Patria, militanti convinti e simboli unitari, antifascisti senza compromessi e amati da tutti gli italiani. Per questo voglio ringraziare di cuore Gianni Furlani e tutto il cast che da Reggio Emilia sono venuti fino a noi, a Montegrotto Terme, per portarci questo spettacolo. Grazie per il vostro lavoro, grazie per il viaggio, grazie per averci ricordato che la Resistenza si racconta, e si fa rivivere, anche dal palcoscenico.
A Montegrotto Terme, il 25 aprile è una festa civile. Non è una festa di fazione. È il giorno in cui ringraziamo Trentin, Simonato, Ceretta, Ceccarello, Bonato, Pavanello, Vettorello e tutti gli altri nostri concittadini che ci hanno consegnato un Paese libero. Ed è il giorno in cui ci impegniamo, tutti insieme, a non sprecare quel dono e a non addormentarci, perché il fascismo che dobbiamo temere oggi non è quello che bussa alla porta in divisa, ma quello che entra in silenzio, vestito da normalità, e ci convince che resistere non serve più.
E ora, prima dello spettacolo, vorrei chiedervi una cosa semplice. Tra pochi istanti suonerà la canzone della Resistenza per eccellenza, Bella Ciao. Vorrei che la cantassimo insieme, tutti, ad alta voce adulti e ragazzi, autorità e cittadini, credenti e laici, uomini e donne. Non come la canzone di una parte contro un’altra perché Bella Ciao non è di nessuno e proprio per questo è di tutti. È il canto del partigiano che muore “per la libertà”, semplicemente per la libertà, senza specificare di quale colore, di quale partito, di quale bandiera. È il canto che hanno cantato in tutto il mondo, in tutte le lingue, ovunque qualcuno si sia ribellato a un’oppressione. Cantiamola insieme questa sera, sotto lo stendardo del Municipio, davanti alla foto di quegli uomini diversissimi che camminavano fianco a fianco perché Bella Ciao sia ciò che è stata e ciò che deve continuare a essere: non un canto divisivo, ma un canto di unità, di libertà, di promessa fatta a chi non c’è più e a chi deve ancora venire.
Viva Matteotti. Viva Pertini. Viva i partigiani di Montegrotto Terme. Viva il 25 Aprile. Viva la Repubblica italiana fondata sul lavoro e sulla Costituzione. Viva Montegrotto Terme. Viva la libertà!
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