Ci sono date che il calendario non riesce a restituire alla loro apparente normalità. Il 22 luglio è una di queste. Non è, non può essere, un giorno qualunque. Quindici anni fa, in questa stessa data, la memoria di tutti noi si è fermata su una piccola isola norvegese e sul cuore di Oslo, e da allora non se n’è più andata del tutto.
Il 22 luglio 2011 un uomo solo, estremista di destra dalle dichiarate simpatie neonaziste, mise in atto un piano premeditato con lucidità agghiacciante. Prima l’autobomba nel quartiere dei palazzi governativi della capitale: otto morti. Poche ore dopo, travestito da poliziotto, sbarcò a Utøya, dove i giovani laburisti erano riuniti in un campo estivo di formazione politica. Per oltre un’ora, senza fretta e senza pietà, uccise sessantanove persone, per la maggior parte ragazzi e ragazze poco più che adolescenti. In tutto settantasette vite spezzate, oltre trecento feriti. Ragazzi che discutevano di futuro, di partecipazione, di democrazia: colpevoli, agli occhi del loro assassino, soltanto di credere in una società aperta.
Fermiamoci un istante su questo. Non fu la follia di un momento, ma il frutto di un’ideologia: l’odio verso l’immigrazione, verso il pluralismo, verso l’idea stessa che culture diverse possano convivere. Un odio coltivato, argomentato, messo nero su bianco in un delirante manifesto di oltre millecinquecento pagine. Il criminale che colpì la Norvegia non venne da fuori: era il prodotto interno di una radicalizzazione che si nutre di paura e la trasforma in bersaglio.
Quindici anni dopo, la domanda che dobbiamo avere il coraggio di porci è scomoda: quella lezione è servita? Onestamente, faccio fatica a rispondere di sì. Il nazionalismo che disprezza il diverso, l’estremismo che semplifica la complessità del mondo in un nemico da abbattere, non sono scomparsi. Hanno cambiato forma, linguaggio, strumenti. Oggi corrono più veloci, dentro le camere dell’eco della rete, dove l’odio si organizza, si legittima, si contagia. Non serve più un’isola: bastano uno schermo e un algoritmo per massacrare, prima ancora dei corpi, l’intelligenza umana, quella capacità di ragionare, di ascoltare, di riconoscere nell’altro un nostro simile e non una minaccia.
È questo il vero campo di battaglia della memoria. Ricordare Utøya non significa deporre un fiore una volta l’anno e voltare pagina. Significa riconoscere che gli stessi semi, il razzismo, la deumanizzazione dell’avversario, la retorica che divide il mondo in “noi” e “loro”, germogliano ancora, e a volte trovano terreno fertile persino nel linguaggio pubblico, nelle nostre discussioni, nelle nostre comunità.
Chi amministra un territorio lo sa bene: le grandi tragedie della storia cominciano sempre da piccole abitudini quotidiane. Dalla parola che disumanizza, dalla battuta che normalizza il disprezzo, dall’indifferenza che lascia passare tutto. La democrazia non si difende da sola. Si difende ogni giorno, nelle scuole, nelle piazze, nel modo in cui scegliamo di parlarci.
A quei settantasette, ai ragazzi di Utøya, dobbiamo qualcosa di più di un minuto di silenzio. Dobbiamo la promessa di non abbassare la guardia. Di continuare a credere, contro ogni cinismo, che una comunità aperta, accogliente e ragionevole non sia un’ingenuità, ma la sola civiltà per cui vale la pena impegnarsi.
Il 22 luglio non è un giorno qualunque. Facciamo in modo che non lo diventi mai.
Riccardo Mortandello
Sindaco di Montegrotto Terme
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